Avvicinamento alla poesia di Giudici
Dopo Luzi e Raboni si è spento, il 24 maggio 2011, anche Giovanni Giudici, penultima voce fondamentale (l’altra è Zanzotto) della nostra poesia novecentesca. Ligure di nascita, studiò a Roma, dove visse per un ventennio, per trasferirsi poi a Ivrea, Torino e Milano, sempre alle dipendenze dell’Olivetti, dove lavorò in qualità di giornalista e pubblicista. Qui fu suo compagno di stanza il grande intellettuale e poeta Franco Fortini, che dell’amico ebbe a dire: “Giudici è l'unico che abbia avuto il coraggio di riprendere il discorso poetico, deliberatamente, dove Gozzano lo aveva lasciato”.
È impossibile, specie in un articolo così breve, dare conto anche solo per cenni del suo percorso poetico, ricchissimo e imponente: dodici raccolte poetiche maggiori, da La vita in versi (1965, che raccoglie tutta la produzione precedente) a Eresia della sera (1999), senza contare le traduzioni dei grandi americani Robert Frost e Sylvia Plath e dell’Onegin di Puškin.
Basti dire che la sua poesia è segnata fin da subito da una decisa opzione antinovecentista, per cui i modelli ermetici ancora attivi in Sereni e Zanzotto (per non parlare di Luzi) sono in lui totalmente assenti: non c’è, insomma, un culto della parola alta, assoluta, astorica, nobilmente letteraria; c’è invece l’adesione a una linea comunicativa, compromessa fino alle radici con la realtà quotidiana, con la prosa, e innervata d’ironia. Si è spesso parlato di crepuscolarismo nel suo caso, ma l’etichetta rischia, per un poeta di tale caratura, di essere riduttiva: perché non è poesia di distaccata e disillusa osservazione la sua, ma di raffigurazione sociale filtrata da un io che del poeta è doppio – suprema finzione di un’auto-narrazione che mette in scena, teatralmente, un soggetto svuotato, frustrato, prodotto dello sfruttamento capitalistico ma incredibilmente loquace, fàtico verso il lettore. In Giudici, così consapevole del proprio tempo e politicamente impegnato, l’ossessione della biografia (valgano da esempio titoli come Autobiologia, La vita in versi) sulla scia del Canzoniere di Saba, non è mai rinuncia al confronto con l’esterno: è anzi astuto stratagemma per confrontarsi con la realtà e leggerla, facendo di se stesso un io sociale quasi spersonalizzato.
La base del suo linguaggio poetico è scopertamente colloquiale, presenta scarti verso il basso perfino gergali, intercalari (“intendo dire”, “non è da escludersi”, “eh sì”, per limitarci a pochissimi esempi da un campionario quasi sterminato) che mai potrebbero figurare in una linea di poesia pura. Tuttavia – e qui sta un primo attrito – la forma prediletta è quella tradizionale: strofe rimate, verso tendenzialmente canonico, quasi una tentazione di canto contrastata però, discorsivamente, da cesure, incidentali, enjambements, ripetizioni a rendere il ritmo concitato, o ironicamente franto; ad arricchire e problematizzare il dettato è poi l’uso abbondante di aggettivi preposti al sostantivo – in chiave ironica (come “declinante intelletto”), di locuzioni latine e del gerundio letterario (come nel verso “è entrato – lei gemendo – m’ha svegliato”), o inversioni. L’esito è talora straniante, e il cozzo sembra un lascito di Montale, col quale Giudici instaurò un dialogo a distanza, dialogo fatto anche di poesie dedicate reciprocamente. L’affettazione letteraria raggiunge uno dei punti più alti – e geniali – con quel canzoniere amoroso di stampo stilnovista che è Salutz (1986). Eccone alcuni versi, a esemplificare il discorso: “O ben non sia probabilmente invano / Che nostri secretissimi pensieri / io voi dissimuliamo con virtù”.
Eppure, a un massimo di finzione corrisponde una umanissima verità, una pronuncia partecipata (“E la bocca ride agra: / ma come ti morde il cuore / sa chi t’ha vista magra / farti le trecce per fare l’amore”), a tratti straziante e sentenziosa (“Essere umani può anche significare rassegnarsi. / Ma essere più umani è persistere a darsi”), che non si risparmia e sabianamente non si tira indietro davanti alle parole trite dei grandi temi della vita e della morte (“C’era un bel sole, volevo vivere la mia morte. / Morire la mia vita non era naturale”).
Di seguito una poesia tra le molte che avrei potuto scegliere, dove la partecipazione all’altrui dolore, scevra di qualsiasi accento retorico, è tragica e vitale capacità empatica:
LA CADUTA DEL CICLISTA
Chi è più vulnerabile – il ciclista
nel traffico in città, o lui dall’orlo
del catino guizzante sulla corda
(prima che la raggiunga) della pista?
Se un sasso scheggia il legno
delle ruote o scagliata fra i lucenti
raggi una sbarra rompe l’armonia
– capovolgersi è un attimo, la mia
stessa vita precipita con lui
la fronte a quel durissimo cemento,
si spaccano i suoi denti in me, mio sangue
è il sangue tra i suoi capelli, il lamento
degli ossi fratturati che già fui.
(Da La vita in versi, 1965)
Davide Castiglione