DIARIO di MUNA da JINJIA (Uganda)

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 LEZIONI DI ITALIANO Premesso che quando sono arrivata a Jinja, due settimane or sono, non avevo idea di che cosa avrei fatto e premesso anche che non ho nessun fine nascosto perseguibile attraverso l'insegnamento dell'italiano, mi ritrovo a fare la maestra della mia lingua madre. Due le classi, due i momenti, due le motivazioni.
Da un lato ci sono le ragazze di Balidhabene, la scuola in cui tento di fare qualcosa di utile. Studiano per poter trovare un lavoro che dia loro un po' di soldi per se stesse e le loro famiglie e nel contempo le renda indipendenti e rispettate anche dal genere maschile. Vogliono diventare cameriere, cuoche, domestiche. Chef e manager di ristoranti. Qui imparano a cucinare, pulire, stirare, servire, lavare e cucire. Soprattutto imparano a lavorare in gruppo, a non approfittare di ciò che non è loro e a non consumare ciò di chi è considerato ricco. Imparano la puntualità e l'onestà, o almeno questi sono gli obiettivi della fondatrice per poi aiutarle a trovar lavoro. Poi ci sono delle lezioni specifiche: inglese, igiene, nutrizione, teamwork (no non significa che se siamo in 15 e c'è un lavoro da fare qualcun altro lo farà al posto mio), hotel management e adesso italiano e informatica. Indovinate? Sì, le ultime due sono tutte mie. Mi dicono che dei pochi stranieri che transitano qui, e non parlano inglese, la maggior parte sono italiani. E poi studiano un sacco di ricette dai nomi esotici, tipo tagliatelle al pesto (che dramma accendere il frullatore) o risotto alla milanese, che vogliono saper pronunciare oltre che preparare.
Le lezioni sono un continuo buongiorno-buonasera; un rincorrersi di parole che forse una volta hanno sentito dire da un italiano, mamma mia, porca l' oca, pomodoro e non so più che altro, e di cui vogliono sapere il significato; di presenze e programmi segnati su registro; di lavagne riempite e cancellate. E di rrrrrrr, zzzzzzzz. Sì, perché loro sono quasi tutte di questa zona e la loro lingua madre è il lusoga oppure il luganda (per chi viene da oltre il Nilo) che non hanno questi suoni. Poi tutte le mattine nel rito dei saluti ci infilo sempre un benvenute e queste si fanno grasse risate, chissà se riuscirò a far sentire loro la differenza con il loro benvegnude.
Dall'altra parte c'è il mio vicino di casa, colui che insegna alle mie stesse ragazze inglese e che fa le piccole riparazioni che la scuola sempre necessita. Da che sono qui ha riparato maniglie alle finestre, tagliato l'erba, iniziato costruire una nuova lavagna e estratto più volte le chiavi che le ragazze incastrano inesorabilmente nella serratura sbagliata. Lui viene dal nord (forse a voi non importa, ma è molto importante qui dire chi è una persona, chi conosce e di ci è parente, per cercare di capire se è in qualche modo nostro potenziale amico e anche se non voglio scrivere i nomi mi sembra giusto farvi intuire le loro storie), ha lasciato la scuola più volte a causa delle diverse guerre civili ed è stato preso sotto l'ala protettiva della fondatrice di Balidhabene. Studia, insegna, fa il muratore, zappa l'orto e si è da poco sposato ed ha un bellissimo bimbo sempre sorridente. Dice di essere vecchio, ha 28 anni. Problemi con le r e le z non ne ha, lui parla luo e quei suoni li usa da sempre. Vuole studiare italiano perché in Uganda avere un'istruzione decente è difficile e bisogna sfruttare ogni occasione possibile per imparare cose nuove. Rispetto alle ragazze è molto fortunato, divide la casa solo con la moglie, il figlio e due nipoti. Ha un lavoro. E una bicicletta.
Entrambe le lezioni sono stimolanti, un continuo confronto fra paesi, usanze, culture. Abbiamo deciso di eliminare la parola signorina, se vogliamo parlare con una donna la chiamiamo sempre signora. Perché se questa donna ha avuto un figlio a 15 anni, oppure è una delle tante compagne di un uomo, se è sposata ma non può procreare, se ha avuto figli e marito ma poi sono spariti in un villaggio remoto al confine con il Sudan, come si fa? Chi decide se sono signore o no? Il matrimonio? E se ce ne è più d'uno di mezzo? L'età? A 25 anni sono vecchia.  I figli? E se sono stati affidati ad altri parenti? Come si fa ad una prima occhiata dire buongiorno signorina? Così parola è stata eliminata, ma tante piccole consuetudine sono state apprese. Abbiamo anche eliminato il porco, perché no, non è la carne di maiale cotta. E non è il caso di ripetere allora-allora-allora come pare facciamo noi tanto spesso e men che meno ad un eventuale capo o cliente. E mi sa che devo trovare un alternativa ad arrivederci, si sono davvero troppe rrrr. E come saluto basta un buongiorno, agli europei di solito viene sonno durante i convenevoli ugandesi, anche perché dopo aver chiesto come stanno madri, padri, fratelli, sorelle e parenti di ogni grado, se non hanno nulla da dirsi producono una nenia di mmmm nnnnnn tanto per essere gentili, che no, non ha traduzione.
Il risultato principale delle mie lezioni sono squillanti risate durante le ore di spiegazione e durante ogni tentativo di utilizzare le parole studiate. Per ora è un compito leggero e mi diverte molto, anche perché attraverso le parole si può capire molto meglio la persona che è di fronte a noi e ciò che si porta dentro della sua cultura. Tra le varie curiosità: in segno di rispetto verso una persona più ricca, più importante o verso un uomo le ragazze devono girarsi di spalle e parlare sottovoce guardando per terra. E poi muna, non pronunciato come il mio nome ma con accento sulla a, in lusoga significa amico caro.
Ve l'ho detto? Il nome della scuola Balidhabene è composto dalle parole balidha e bene che significano all'incirca: cresceranno da sole.